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Viaggio nelle terre siciliane liberate dalle mafie. Prima puntata: l’itinerario

Posted by: Lacche    Tags:  cooperative agricole, Corleone, Erice, Libera Terra, Palermo, Portella della Ginestra    Posted date:  May 19, 2009  |  Comment


In viaggio con Libera Radio nelle terre e nelle aziende confiscate e strappate ai boss di Cosa Nostra. Ad Erice, nel trapanese, dove i lavoratori della cooperativa Calcestruzzi Ericina Libera hanno preso con coraggio le redini di una fabbrica appartenuta al boss Vincenzo Virga. E poi nelle cooperative agricole di Libera Terra, che lavorano nell’Alto Belice corleonese, negli antichi feudi delle mafie rurali poi appartenuti a Totò Riina, a Giovanni Brusca e a Bernardo Provenzano. Hanno nomi simbolici, densi di suggestioni della storia dell’antimafia siciliana, come la coop Pio La Torre che gestisce l’agriturismo Terre di Corleone, immerso in uno scenario naturalistico mozzafiato, e ancora la coop Placido Rizzotto, che insieme a Slow Food sta affinando una linea di vini che vede nell’etichetta Centopassi la sua punta di diamante. Da queste parti, infatti, il contrasto alle mafie passa anche e soprattutto attraverso la realizzazione di prodotti eccellenti, “buoni, puliti e giusti”, che puntano a riaffermare i principi della legalità e del lavoro. Ci sono imprese consolidate, che hanno raggiunto un livello avanzato di complessità e di indotto sul territorio, ma anche aziende nascenti, sostenute da un consenso sociale che negli anni ha saputo guadagnare terreno su un sistema fino ad oggi fatalmente considerato indiscutibile. Tutte, in tal senso, strappano manovalanza alla criminalità organizzata, cambiando le regole del gioco con il rifiuto del lavoro nero e dell’assistenzialismo. Questo attira molti giovani che vedono nella rete delle cooperative di Libera Terra un’occasione preziosa per rimanere con dignità nei paesi e nelle città in cui sono nati. Disposti perfino a investire le proprie energie senza garanzie di riuscita e perciò motivati dalle proprie capacità di raggiungere un risultato positivo. A persuaderli c’è l’esperienza della rete di Libera di Don Ciotti e di Libera Terra, la singolare possibilità di fare impresa, il sistema di valori condivisi che col tempo si trasforma in consapevolezza di essere protagonisti di cambiamento. Nessuno ha voglia, e a ragione, di “essere un eroe”, pur coscienti delle difficoltà, dei pericoli, delle intimidazioni e del tentativo sempre in agguato di una loro delegittimazione. Ma tutti, col tempo, scoprono tra i filari delle viti e le distese infinite dei campi coltivati a grano le orme di Placido Rizzotto e di Pio La Torre, dei contadini che nel dopoguerra occuparono queste stesse terre per riaffermare il diritto e la dignità del lavoro. Non sono soli, perché la rete di cui fanno parte è sostenuta da uno spirito cooperativo che per molti versi ricorda quello di fine Ottocento di regioni come l’Emilia Romagna. Nessun assistenzialismo, non solo etica solidaristica: soprattutto, organizzazione del lavoro e d’impresa, qualità spinta del prodotto, scambio di competenze. Lo stanno facendo grazie all’appoggio dell’Agenzia Cooperare con Libera Terra, costituita da Legacoop Bologna e nata con l’intento di sostenere con servizi, know how e aiuto economico proprio le cooperative siciliane. Impresa, infine, in terre di mafia viene sempre più coniugata a cittadinanza attiva. Lo dimostra l’attività dei ragazzi palermitani di Addiopizzo, che da alcuni anni vanno gridando che “un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Hanno convinto circa 380 commercianti della città a denunciare i propri estorsori e a liberarsi dal giogo del taglieggiamento mafioso, strumento principale del controllo sociale e del territorio da parte della malavita organizzata. Guardano al presente e al futuro della Sicilia combattendo il racket con l’arma del consumo critico, coinvolgendo consumatori e produttori. Un filo rosso li lega idealmente ai tanti, giovani come loro, a cui molti anni fa fu negato ogni presente e ogni futuro. Sono i sopravvissuti alla mattanza dei sindacalisti degli anni Quaranta dello scorso secolo, dei braccianti in lotta per le terre lasciate incolte da campieri e gabelloti. Dei contadini e degli operai, certamente, falciati nel 1947 a Portella della Ginestra da mitragliatrici che rimangono ancora senza mandanti. La loro memoria, quella della prima strage di Stato consumata nella Piana degli Albanesi e per mano mafiosa, è scolpita nelle pietre di un monumento a cielo aperto che racconta una pagina straziante non solo della storia siciliana, ma dell’Italia intera.

Pictures by Paolo Righi/Meridiana Immagini


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