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Home » Cronache dai territori » ‘Ndrangheta. Colpo alle cosche in Emilia: i Carabinieri arrestano 13 persone

‘Ndrangheta. Colpo alle cosche in Emilia: i Carabinieri arrestano 13 persone

Posted by: Lacche    Tags:  Arena, Bologna, Carabinieri, Crotone, Isola Capo Rizzuto, ndrangheta, Nicoscia, Reggio Emilia, Roberto Alfonso, Zarina    Posted date:  April 10, 2014  |  No comment



Tredici misure cautelari eseguite, 7 in carcere e 6 ai domiciliari, per altrettante persone ritenute vicine alle cosche della ‘ndrangheta Arena e Nicoscia di Isola Capo Rizzuto: le hanno eseguite questa mattina i Carabinieri coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna. Il blitz di questa mattina, che ha portato anche al sequestro preventivo di beni per un valore di circa 13 milioni di euro, nasce da due inchieste differenti condotte dai Carabinieri di Reggio Emilia e Bologna e confluite in un unico filone. Secondo l’accusa gli arrestati avrebbero reinvestito in attività lecite beni e capitali di provenienza illecita attraverso l’intestazione fittizia di società a prestanome.

Tra gli arrestati ci sono esponenti delle famiglie Pugliese e Tipaldi, originarie di Isola Capo Rizzuto (provincia di Crotone) e legate rispettivamente alle cosche degli Arena e dei Nicoscia. In particolare, Michele Pugliese, classe 1976, è ritenuto da tempo dagli investigatori l’ambasciatore degli Arena in Emilia. Già finito nell’inchiesta “Pandora” della procura calabrese, Pugliese avrebbe sottratto beni e mezzi sequestrati in quell’inchiesta e, attraverso l’intestazione a dei prestanome, li avrebbe poi utilizzati per i propri affari in Emilia e nel Mantovano, nel settore dell’autotrasporto e del movimento terra.

Altra figura di spicco dell’inchiesta è Caterina Tipaldi, finita ai domiciliari: la donna, di 31 anni, era soprannominata dagli investigatori “Zarina” per via del forte ascendente che aveva sugli altri indagati. Residente a Sant’Agata Bolognese, la Tipaldi, un tempo compagna di Pugliese, era divenuta l’intestataria di aziende del Reggiano che gestiva per conto del suo compagno, almeno fino a quando la relazione non si è interrotta. A quel punto, secondo quanto emerso dalle indagini, ci sarebbero stati tentativi di estorsione all’interno dell’organizzazione con i Pugliese che minacciavano i Tipaldi perchè volevano farsi restituire i beni intestati loro (non solo a Caterina, ma anche al padre Salvatore Mario) da Michele Pugliese.

Lo “spessore criminale” di Pugliese è giudicato alto: il colonnello Antonio Jannece, comandante provinciale dei CC bolognesi, ha ricordato che l’arrestato è considerato appartenente al gruppo di fuoco degli Arena. Secondo quanto ricostruito dalle inchieste precedenti, Pugliese avrebbe partecipato all’uccisione, durante la guerra tra gli Arena e i Nicoscia, di Pasquale Tipaldi, fratello del padre di Caterina.

In tutta questa intricata vicenda che dimostra, come ha sottolineato il procuratore capo Roberto Alfonso, come la criminalità organizzata calabrese sia ormai riuscita ad infiltrarsi nel tessuto economico emiliano romagnolo, le donne hanno giocato un ruolo di primo piano. Differentemente da quanto accade solitamente all’interno delle famiglie ndranghetiste, sia Caterina Tipaldi che Carmela Faustini (madre di Michele Pugliese) ricoprivano ruoli di primo piano. I loro soprannomi, rispettivamente “Zarina” e “Aurora”, sono anche i nomi scelti dagli inquirenti per le due inchieste, quella di Reggio Emilia partita dopo la segnalazione della Camera di Commercio reggiana, quella di Bologna dopo l’incendio di alcuni escavatori nella cava “Lame 91” di Sala Bolognese.

Il capo della DDA di Bologna, Roberto Alfonso, spiega i punti essenziali dell’inchiesta.

Il tenente colonnello dei Carabinieri Marco De Donno.


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