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Da Black Monkey a Aemilia. Un sistema criminale che strangola il Nord Italia

Posted by: Lacche    Tags:  Aemilia, Black Monkey, Bologna, Verona    Posted date:  February 20, 2015  |  No comment



Sono continuate, anche questa settimana, le udienze del più importante processo per mafia mai celebrato in Emilia-Romagna. Il più importante e, con tutta probabilità, il meno seguito mediaticamente. Nonostante, e per fortuna, la costante, testarda e responsabile partecipazione a ogni udienza di militanti di Libera, di comuni cittadini, di qualche esponente della politica locale e, soprattutto, di tanti giovani studenti che ogni volta decidono di trasferire per un giorno la propria aula scolastica in quella del tribunale di Bologna dove si celebra il processo Black Monkey. Di ragazze e ragazzi che hanno ben chiaro, loro sì, che il contrasto ai clan passa prima di tutto dalla comprensione di qualcosa che non è possibile demandare solo alle forze dell’ordine e ai giudici. Entrano in aula silenziosi e con un rispetto quasi sacrale di un luogo che dopo pochi minuti accoglierà giudici e avvocati, imputati e testimoni, ascoltando con pazienza le parole di quanti scoprono essere persone comuni come loro… che chissà come se li erano immaginati degli imputati per mafia. Una comprensione non semplice, quella del cosiddetto processo Black Monkey che, per i magistrati della Dda di Bologna, mette alla sbarra un clan ‘ndranghetista guidato da Nicola “Rocco” Femia e operante nel gioco d’azzardo illegale. Un vero e proprio sistema criminale, afferma la Procura antimafia, sostenuto da esponenti del mondo delle professioni e da imprenditori, da ex appartenenti alle forze dell’ordine e da funzionari degli apparati pubblici. Un sistema aggressivo e intessuto di attività lecite e illegali, di minacce e intimidazioni, di relazioni d’affari, capace di scuotere con spregiudicatezza equilibri economici e sociali.

Lo stanno dimostrando le audizioni con gli investigatori, con testimoni impauriti o reticenti, con la galassia di nomi e appartenenze che stanno emergendo di udienza in udienza. Sono udienze non facili quelle di Black Monkey, dove da alcune settimane si possono ascoltare citati dal pm Francesco Caleca scorci di intercettazioni telefoniche e ambientali, meglio dire riferimenti ad esse, in interrogatori finalizzati a trasformarle in prove processuali. Una mole imponente di materiale per cui sono stati necessari mesi di lavoro di ascolto e di trascrizione e che oggi raggiungono il dibattito in aula. Intercettazioni che raccontano di arcipelaghi societari, di quote di partecipazione e di intestazioni fittizie di beni, di “cartografi” che le hanno disegnate: professionisti, commercialisti, notai. Intercettazioni di cui Caleca ha chiesto riscontro, nell’ultima udienza, a un investigatore del Gico, conversazioni telefoniche tra Nicola Femia e, dall’altra parte del filo, interlocutori di cui il pm ha tratteggiato il profilo attraverso le loro relazioni. Un racconto fatto attraverso inquietanti flash narrativi: clan e boss come Mazzaferro, Aquino, Romeo, Valle e Nirta, mafie nel sud e nel nord del Paese, omicidi eccellenti come quello del magistrato Bruno Caccia, processo Crimine, strage di Duisburg. Intercettazioni che parlano di rapporti di forza e d’affari, di accordi sui guadagni da dividere sul business delle slot, di rivalità e dissapori. In alcune telefonate intercettate nel 2012, Femia e Michele Bolognino si lamentano reciprocamente per un litigio tra Rocco Maria Nicola e Francesco Femia (figlio e nipote del presunto boss) con un noleggiatore di auto di lusso. Femia si lamenta dicendo che il commerciante si è comportato male, ma Bolognino risponde arrabbiato che in realtà è stato Francesco a rivolgere serie minacce al noleggiatore. E, aspetto questo significativo, Bolognino dice a Femia che si sente offeso ma che non era intervenuto su Francesco solo perché era suo nipote. E se Michele Bolognino è tra gli arrestati eccellenti dell’Operazione Aemilia, l’uragano giudiziario che ha di recente portato in carcere affiliati, organizzatori, complici politici e imprenditoriali della potente ‘ndrina Grande Aracri di Cutro; se lo stesso Bolognino era per gli investigatori reggente del clan per la bassa reggiana e l’area di Parma, in altre parole un boss di rilievo, che significato ha il “rispetto” che manifesta a Nicola Femia in quelle telefonate?

Antonio Monachetti, referente di Libera Bologna ai microfoni di Libera Radio

Dal processo Black Monkey al maxi-blitz Aemilia il passo è breve, lo abbiamo visto. E il terremoto che ha investito il sistema imprenditoriale criminale emiliano sta facendo sentire i suoi effetti anche altrove. Mafie senza confini, naturalmente, come dimostra il filone calabrese di Aemilia, dalle cui carte spuntano nuovi particolari sul rapporto di alcuni imprenditori «contigui al clan» e uomini dell’amministrazione veronese. Quando Flavio Tosi è stato eletto sindaco, alcuni imprenditori ritenuti vicini alla ‘ndrangheta avrebbero esultato. «Sono in festa ora che là a Verona ha vinto Tosi, quello che appoggiavano loro» si ascolta in un’intercettazione. Loro, sono gli imprenditori della famiglia Giardino, crotonesi di origine, residenti a Verona da molto tempo. E, secondo gli inquirenti, collegati al clan della ‘ndrangheta capeggiata da Nicolino Grande Aracri, sovrano del crotonese e dell’Emilia Romagna. Dal complesso delle intercettazioni emergerebbero rapporti tra i Giardino, imprenditori calabresi sospettati di ‘ndrangheta, e amministratori locali di Verona: da una parte il sostegno elettorale fornito all’attuale amministrazione comunale facente capo al sindaco Tosi; dall’altra il rapporto con l’assessore Marco Giorlo (ex assessore allo Sport) per ottenere appalti pubblici.

Michele Bertucco, capogruppo Pd in consiglio comunale, da anni sta denunciando i sospetti di vicinanza tra un’imprenditoria locale in odore di mafia e uomini della pubblica amministrazione.


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